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Emergenza Abruzzo, reportage dal campo di Navelli |
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Scritto da Silvia Quaranta
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giovedì 23 aprile 2009 |
La prima impressione è quella di una città fantasma. Per le strade di L’Aquila non c’è quasi nessuno, molti edifici sono circondati dal nastro che indica pericolo. La vetrina di un negozio colpisce la mia attenzione: è un negozio di articoli per la scuola e per bambini. Dalla vetrata trasparente si vedono alcuni pupazzi caduti disordinatamente per terra e non ancora rimessi a posto. Qualcuno mi ha raccontato che anche gli edifici che da fuori sembrerebbero intatti poi, dall’interno, spesso si rivelano completamente sventrati. Attraversiamo la città guardandola dai finestrini della corriera, perché la nostra destinazione è il campo di Navelli. La terra sotto i nostri piedi trema di frequente, sembra palpitare come un cuore che batte; ma sono tutte scosse molto lievi, quasi nessuno di noi se ne accorge.
Da L’Aquila raggiungiamo velocemente la tendopoli presso cui ci stiamo recando come volontari della Protezione Civile: le tende azzurre sono disposte ordinatamente, i lavori fervono. Siamo divisi in gruppi, organizzati per squadre di lavoro: picconiamo, costruiamo passerelle, montiamo le ultime tende, puliamo i bagni, smistiamo gli aiuti giunti da tutta Italia, organizziamo il magazzino, aiutiamo in cucina, scaviamo canaletti lungo cui far scorrere l’acqua, per evitare che il campo si allaghi a causa della pioggia incessante. Durante la giornata il lavoro è frenetico e faticoso, i momenti di pausa sono pochissimi. Quando capitano, cerco di avvicinarmi ai civili, di parlare con gli sfollati del campo. I più inclini ad aprirsi sono i bambini: basta poco a strappare loro un sorriso e le condizioni disagiate non sembrano turbarli eccessivamente. “La nostra casa non è caduta ma ci sono delle crepe molto grandi e ci hanno detto che è pericolosa” – mi racconta Sara, che ha 10 anni - “la casa di mia zia invece è crollata tutta. Ma lei per fortuna era via, in quel momento.” “Com’è qui al campeggio?” – le chiedo – “Non va male, sono tutti molto simpatici!” risponde, poi commenta divertita alcuni membri del personale. Mi racconta in ogni dettaglio il momento del terremoto più forte, poi parla di alcuni suoi parenti rimasti senza casa. Poi cambia argomento e sorride, felice del prossimo rientro a scuola: l’innocenza dei suoi dieci anni non le permette di afferrare a pieno la tragicità di ciò che descrive. I bambini hanno una incredibile capacità di cancellare, di voltare pagina, che poi si perde crescendo. Il volti degli adulti, in particolar modo degli anziani, rivelano invece un’ansia che fatica a dissolversi, un senso di angoscia che si dilegua appena soltanto nelle espressioni di sincera riconoscenza nei confronti di coloro che in molti, lì, chiamano “gli angeli gialli”. Uno in particolare merita di essere menzionato: Antonio è un omino piccolo piccolo, un ex alpino di Milano: lo guardo e mi stupisco di come in una cassa toracica così piccina possa entrare un cuore così grande. Credo che ognuno, al campo di Navelli, se lo sia chiesto. Prima che tutti gli altri si sveglino lui è già in piedi, pronto a prodigarsi per il prossimo, infaticabile, senza mai tirarsi indietro, senza mai esitare, senza mai lamentarsi, sempre pronto a dispensare un sorriso, una parola affettuosa, una mano per alzare un carico troppo pesante, sempre lieve nel chiedere un aiuto e sollecito nel dire “grazie”, anche se non ce n’è alcun bisogno. L’impegno di Antonio è paragonabile solo a quello di Vittorio: lui non è nella protezione civile, non è nemmeno un volontario. È un civile, giunto al campo come sfollato: ha vissuto una tragedia, dovrebbe essere al campo per essere aiutato, eppure tante volte è lui ad aiutare gli altri. Vittorio è anziano, anche se non saprei definire quanto: molti lo chiamano affettuosamente “nonno”, i suoi occhi sono offuscati quanto le sue parole. Ha lavorato tutta la vita e ancora, nonostante tutto, non si ferma: lo vedi ora che raccoglie i vassoi in mensa, ora che spala ghiaia, ora che offre il suo aiuto a qualcuno. Di notte l’umidità altissima acuisce il rigore delle temperature: nelle tende si dorme coperti da mille strati, ma quando lo incontro la mattina presto e gli chiedo affettuosamente come ha dormito lui mi risponde, con la sua serenità consueta e i suoi modi gentili, “bene bene, sempre bene!”. In questi giorni in molti si sono scagliati, spesso giustamente, contro i responsabili materiali di ciò che è avvenuto, contro chi non ha rispettato le normative e contro chi non le ha fatte rispettare, contro le istituzioni inefficienti, contro lo Stato e via dicendo. Ma a volte, quando si guarda troppo in alto e troppo lontano, si rischia di perdere di vista ciò che è sotto i nostri occhi e che, con umiltà, dobbiamo piegarci per vedere: quelle persone piccole piccole dietro cui si nascondo angeli ed eroi. |
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Ultimo aggiornamento ( giovedì 23 aprile 2009 )
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